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Berlusconi e l’omofobia. E la gente applaude…

Crediamo ci sia poco da aggiungere a questo video. La dichiarazione di Silvio Berlusconi, questa mattina, in relazione alla preferibilità dell’essere “appassionato di belle ragazze” piuttosto che omosessuali rientra pienamente nel filone di tante altre dichiarazioni omofobiche portate avanti dal suo partito e dalla sua intera coalizione.

Quello che stupisce – o forse no – è semmai la reazione della gente. Che applaude. Pubblico prezzolato? O specchio di un’Italia che è davvero così? Ditecelo voi. A noi restano poche parole.

Omofobia, “It gets better”? Non in Italia. Perché siamo una comunità pigra…

Quello che vedete qui sotto è uno dei – tanti – video appartenenti al progetto It Gets Better, risposta tutta americana ai numerosi (e sempre più preoccupanti) casi di suicidio fra i giovani gay degli Stati Uniti colpiti dal bullismo scolastico legato all’omofobia.

Un problema che sta scuotendo l’opinione pubblica tanto da spingere anche il Segretario di Stato americano Hillary Clinton a rilasciare una videodichiarazione che noi omosessuali italiani, senza dubbio, possiamo a malapena sognarci. E che – forse – non ci meritiamo nemmeno.

Perché? Perché in Italia un progetto come “It Gets Better” non sarebbe mai potuto nascere.

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Piccoli consensi quotidiani contro la parità

Oggi leggevo una conversazione online nella quale si raccontava di un ente pubblico in cui cercano un dirigente, ma il candidato dev’essere uomo, perché i colleghi non accetterebbero di prendere ordini da una donna. Queste richieste non vengono mai esplicitate pubblicamente perché contro la legge, ma qualcuno dice che se c’è chi si permette di pensare in questi termini, la motivazione risiede nel fatto che l’idea è condivisa, non condannata.

Questo mi fa venire in mente un’altra discussione sentita ad un convegno.
Si diceva che in Italia l’omofobia è ancora così radicata perché di base se una persona esprime un’opinione denigratoria non viene generalmente osteggiata. Non c’è un senso di vergogna e repulsione verso la battutina, la presa in giro, l’offesa.
Non si può contare nemmeno sull’ipocrisia della persona che non esprime le proprie opinioni razziste per non essere guardata male.
Certo, poi ci sono anche quelli che non si pongono problemi nel dire ad alta voce “sporco ebreo”, ma sono abbastanza sicura che non si tratti di una pratica non soggetta alla critica di massa.

Un amico su Facebook segnalava che sulla Gazzetta dello Sport di oggi, su un sottotitolo, si leggono le parole “froci di m…” per voce di Weiss. “Merda” è una parola da censurare, “froci” ci può stare.

Insomma: ci possono essere norme di protezione, ma se queste non si allineano e intersecano con il sentire comune, qualcuno troverà sempre il modo per aggirarle senza essere additato.
E chi non si indigna ne è complice.

[Photo: http://www.flickr.com/photos/qole/212059601/]

International Business Equality Index 2010: LGBT e mondo del lavoro

L’incontro del 18 giugno a Milano dedicato alla presentazione dell’International Equality Index, ha rappresentato una ventata di freschezza e di speranza per il panorama LGBT.
Mentre le aziende si accorgono del fatto che il sostegno e l’inclusione del mondo gay, lesbico e trans* possano rappresentare un valore d’immagine e di produttività, il Ministero delle Pari Opportunità porta avanti alcuni progetti per l’integrazione e contro l’omofobia.

Il problema fondamentale è che i due mondi, quello politico-sociale e quello commerciale, sembrano posti su due livelli lontanissimi.
E il modello più incisivo, neanche a dirlo, sembra quello privato.
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I gay perbene vanno in Paradiso

Sono stanca di sentirmi dire non solo cosa dovrei fare, ma anche come dovrei essere per risultare credibile.
Prima c’era il mondo eterosessuale filocattolico, il modello perbene.
Ora c’è il modello omosessuale impegnato, quello che ti insegna come dev’essere un gay, anch’esso perbene.

Il movimento LGBTQ cerca – a ragione – il riconoscimento legale delle proprie coppie e il rispetto dal mondo eterosessuale, ma spesso non sembra voler accettare le mille sfumature della propria comunità, come se una cosa escludesse l’altra.
Puoi essere omosessuale ma non come vuoi tu, altrimenti sei un nemico sociale. Perché si sa, essere gay significa farsi portavoce di un’intero gruppo.

Al posto di valorizzare il diritto alla diversità si dice che le checche isteriche in tv rovinano l’immagine dei gay, che al Pride non dovrebbero far sfilare le trans, bisognerebbe tutti vestirsi in abiti da ufficio, che non si può fare promozione di una vita sessuale promiscua. Perché non sta bene. Non verremo mai ascoltati in piume di struzzo.

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