Quest’anno, per la prima volta, ho partecipato a un Gay Pride fuori dai confini nazionali. La meta è d’eccezione: New York, capitale del “tutto è possibile” e origine della storica ribellione di Stonewall.
Le aspettative erano tante, con la curiosità di vedere – a distanza di 40 anni dal Pride numero 1 – cosa riuscissero a organizzare sti americani.
Il concentramento era previsto per le ore 12 sulla 5th Avenue all’altezza della 50esima strada: negli anni scorsi la partenza era più su, vicino a Central Park, ma la crisi si sente anche qua e non ci sono stati abbastanza soldi per pagare il servizio di polizia per un tratto di strada più lungo.
Dopo aver mangiato qualcosa, verso le 12 e 30 mi sono diretto verso il corteo. Sulla strada ho incontrato le prime persone con bandierine arcobaleno e ventagli sponsorizzati: oggi a New York ci sono 34 gradi e un tasso di umidità prossimo al 100%… qualsiasi sistema per abbassare la temperatura è lecito.







Omofobia, “It gets better”? Non in Italia. Perché siamo una comunità pigra…
Quello che vedete qui sotto è uno dei – tanti – video appartenenti al progetto It Gets Better, risposta tutta americana ai numerosi (e sempre più preoccupanti) casi di suicidio fra i giovani gay degli Stati Uniti colpiti dal bullismo scolastico legato all’omofobia.
Un problema che sta scuotendo l’opinione pubblica tanto da spingere anche il Segretario di Stato americano Hillary Clinton a rilasciare una videodichiarazione che noi omosessuali italiani, senza dubbio, possiamo a malapena sognarci. E che – forse – non ci meritiamo nemmeno.
Perché? Perché in Italia un progetto come “It Gets Better” non sarebbe mai potuto nascere.
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