New York Pride 2010: non solo orgoglio, ma orgoglio GAY

Quest’anno, per la prima volta, ho partecipato a un Gay Pride fuori dai confini nazionali. La meta è d’eccezione: New York, capitale del “tutto è possibile” e origine della storica ribellione di Stonewall.

Le aspettative erano tante, con la curiosità di vedere – a distanza di 40 anni dal Pride numero 1 – cosa riuscissero a organizzare sti americani.

Il concentramento era previsto per le ore 12 sulla 5th Avenue all’altezza della 50esima strada: negli anni scorsi la partenza era più su, vicino a Central Park, ma la crisi si sente anche qua e non ci sono stati abbastanza soldi per pagare il servizio di polizia per un tratto di strada più lungo.

Dopo aver mangiato qualcosa, verso le 12 e 30 mi sono diretto verso il corteo. Sulla strada ho incontrato le prime persone con bandierine arcobaleno e ventagli sponsorizzati: oggi a New York ci sono 34 gradi e un tasso di umidità prossimo al 100%… qualsiasi sistema per abbassare la temperatura è lecito.

La folla attorno al coerto - Credits: Milus
La folla attorno al corteo - Credits: Milus

Mi tiene compagnia mia sorella: vediamo il primo gruppo in attesa di sfilare, cerchiamo di raggiungerli ma veniamo subito bloccati da un poliziotto. “Siete qui per il Gay Pride?”, “Sì”, “Ok allora potete passare”. Non sappiamo in realtà che siamo finiti in mezzo ad uno dei gruppi autorizzati per la parata.

Ce ne accorgiamo solo quando finiamo sulla Quinta strada e vediamo che è tutta transennata e la maggior parte delle persone (anche gay) assistono da fuori.

Ops.

Ecco, il Pride newyorchese è così: organizzatissimo. Come tutte le parate che storicamente percorrono le strade della Grande Mela. Tutti i gruppi devono essere registrati per poter sfilare, non ci sono eccezioni… tranne forse qualche infiltrato (come noi) che è capitato in mezzo per sbaglio.

L’atmosfera vista dall’interno è incredibile. Cammini in mezzo alla strada e tutto intorno vedi bandierine colorate e persone che ti sorridono e ti salutano. Non so quante siano: le stime sono di più di un milione di persone, ma considerando i tanti turisti che si aggregano alla festa il numero forse è riduttivo.

I partecipanti registrati al corteo sono i più disparati: i grandi magazzini Macy’s, la catena di alberghi W, molte banche, tantissime chiese(!) e più di un senatore a caccia del voto del popolo gay.

E poi gli orsi sul camion dei pompieri, le associazioni lesbiche, quelle universitarie, le varie comunità gay presenti a NY (su tutti quella brasiliana con costumi spettacolari, degni del carnevale di Rio) e chi più ne ha più ne metta.

Lungo la strada ci sono alcuni presentatori che annunciano il gruppo successivo. Il traffico è tale che tutto è scandito al secondo. Non si può rimanere indietro altrimenti la parata finirebbe a mezzanotte e invece alle 4 pm bisogna arrivare al Greenwich Village da dove tutto è partito.

Tutto scorre e noi scorriamo col flusso di gente finchè non troviamo un punto che ci permette di uscire dal corteo e mescolarci con la folla festante. Il caldo è troppo, ci fermiamo a bere qualcosa e viviamo il Gay Pride da fuori.

Il carro degli orsi al New York Pride - Credits: Milus
Il carro degli orsi al New York Pride - Credits: Milus

Cosa dire, insomma, di questo Gay Pride newyorchese? Beh, gli USA sono sempre avanti. Alcuni editoriali su riviste “Free press” si chiedevano se a distanza di 40 anni ci fosse ancora bisogno di manifestare l’orgoglio gay. La risposta che si sono dati è stata “sì”.

Sì, perché nonostante la libertà che si respira nella Grande Mela il matrimonio tra gay non è ancora consentito, non è permesso immigrare portando il proprio compagno o la propria compagna, le assicurazioni storcono ancora il naso quando scoprono che l’assicurato è gay…

E il mio pensiero è andato subito alla situazione italiana, per certi versi simile, per altri completamente diversa. Nel nostro Paese i politici rifuggono il Pride, la Chiesa anziché sfilare al nostro fianco ci condanna solamente e sul posto di lavoro si tace per paura delle ritorsioni e dell’ignoranza della gente.

Quando anche da noi, magari nel marasma più totale dei cortei disorganizzati nostrani (forse più divertenti), vedremo il gruppo di dipendenti gay della tal banca o del tale supermercato a fianco di qualche politico o di qualche prete?

Quando anche noi parleremo di GAY Pride come fanno negli USA e non di Pride (dove quasi per timidezza omettiamo la prima parte)?

L’orgoglio serve. Serve ancora e servirà sempre. Serve orgoglio e coraggio per cambiare le cose. Il tempo sarà dalla nostra parte, se è vero come è vero che tutto quello che passa oltreoceano arriva nel bene e nel male anche da noi. E poi qualcosa si muove anche in Europa, no?

Un pensiero su “New York Pride 2010: non solo orgoglio, ma orgoglio GAY”

  1. se l’esselunga decidesse di partecipare alal parata del GAY pride Italiano… cazzo se sarei in prima fila 😀
    già mi vedo lo slogan ” fìdaty che non sono diversi da te”.. e vai di punti fragola 😀

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