Dopo quello milanese, il 19 giugno 2010 è arrivato il turno del Pride regionale di Torino, intitolato “I diritti sono il nostro Pride“. La manifestazione di un orgoglio delle minoranze, schiacciate dal cielo grigio di un’anomala giornata di nuvole e pioggia nel capoluogo piemontese. Alle 3 e mezza del pomeriggio la città, come succede forse una sola volta all’anno da questa parti, prende vita.
Se il pride di Milano è quello delle assenze, quello torinese è il Pride della partecipazione (si contano quasi 50 mila presenze), ma è anche quello laterale, della gente che come ogni sabato affolla i portici delle vie centrali della città (via Cernaia, via Pietro Micca, Piazza Castello, via Pò, Piazza Vittorio). Sorrisi compiaciuti, commercianti fuori dai negozi, famiglie affacciate alle porte con la loro partecipazione viva, visibile e concreta. La nuova dirigenza Roberto Cota è stata certamente “motivante”.
Una manifestazione serena, assolutamente non eccentrica rispetto ad altre manifestazioni nazionali o locali, ma soprattutto omogenea nonostante (o grazie alla) diversità della sua rappresentatività.
Un numero incredibile di donne (non solo lesbiche), immigrati, le rappresentanze politiche di sinistra (Movimento 5 stelle, Ecologia Sinistra e Libertà, Partito Comunista… Pd: non pervenuto) e molti diversamente abili.
Due ore e mezza di sfilata che è andata crescendo in partecipazione, con una sensazione generale di grande sobrietà. Il tempo probabilmente non ha stimolato nudità ed eccessi, ma dominante è stata la partecipazione delle persone, dove c’erano tutti i volti possibili, non solo gli omosessuali, bisessuali e il mondo trans. Non un’iniziativa di una comunità ma una manifestazione corale, come sempre dovrebbe essere in queste occasioni.
Intorno alle 5 e mezza la prima pioggia intensa, proprio in contemporanea con i primi arrivi in piazza Vittorio, ha indotto a uno sfollamento della metà piazza Vittorio destinata alla chiusura della manifestazione, condotta da un piccolo palco per il rituale degli interventi. Torino dopo il Pride nazionale del 2006 ha trovato la formula giusta e di successo per parlare di diritti, calpestati oggi più di ieri, nel modo migliore. Esteticamente e nei contenuti.
































3 Commenti
Mi piace molto il fatto che fossero presenti delle realtà non strettamente tirate in campo, fa sentire il sostegno della popolazione. Così come la scelta del porre i diritti davanti a tutto. Non sono invece molto d’accordo sui giudizi riguardanti la sobrietà, “il modo giusto”.
Ciao Barbara! Le foto che hai visto come vedi non sono totalmente “sobrie”
Non rifiuto l’immagine di un Pride più “baraccone”. Dico che se c’è qualcuno che in passato ha ricantato la filastrocca dell’eccesso come spunto critico di una manifestazione come questa, oggi non avrà dove aggrapparsi. L’eccentricità e gli eccessi sono benvenuti, ma vedere una componente dominante di gente comune che si fa notare più di chi sta sui carri per la propria imponenza, è ancora più significativo. Il modo giusto è il modo giusto per Torino, oggi. Non è mia intenzione generalizzare. Grazie per il commento
Sì, allora in prospettiva sono d’accordo con te: ci sono tanti modi, non ce n’è uno migliore dell’altro, la verità è che quando c’è del contenuto autentico e sentito lo si avverte. Complimenti alla città di Torino, e grazie per averci raccontato il Pride!