Ora lo so: partecipare, nella stessa settimana a due Pride, uno all’estero e uno in Italia, ti fa sprofondare in un’angoscia devastante.
Zurigo: realtà europea, un Pride inserito in un contesto festivaliero, un’organizzazione impeccabile, un’invidiabile professionalità nella ricerca di sponsor, fondi, relazioni con il tessuto socio-economico del luogo e nella creazione di un evento dalla massima attrattività.
Milano: un’approssimazione nella forma data a un Pride, locale ma identificativo comunque della città più gay-friendly d’Italia, nella città della moda e dell’economia, che mi ha sconsolato. La forma decadente del Pride che ha spaziato dalla bruttezza del logo, alla comunicazione assente, dalla disorganizzazione nella parata, alla mancanza di coordinamento nel percorso, rifletteva ovviamente l’assenza di contenuti.
Io mi sono fatto l’idea che il divario sia prima di tutto culturale. Al di là della totale inettitudine di chi è al vertice delle associazioni gay. A noi italiani mancano le basi per avere una coscienza civile di stampo europeo in tanti campi, e quello dei diritti civili e della lotta per ottenerli non fa eccezione.
All’estero la comunità omosessuale ha consapevolezza di essere “minoranza”, di appartenere a un segmento minoritario della società, accomunata dal fatto di provare attrazione sessuale, di relazionarsi sentimentalmente con persone del proprio stesso sesso.
Qui, in Italia, non si vuole essere definiti e categorizzati per i propri gusti sessuali (come se il fatto che non siano visibili esteriormente ci ripari da discriminazioni), non si sente il bisogno di fare squadra, non si avverte l’esigenza di recriminare per la propria manifesta inferiorità al cospetto della legge.
Sono sicuro che parecchi omosessuali “nostrani” vedono anche di cattivo occhio le associazioni per omosessuali promosse all’interno delle aziende stesse (e che a Zurigo sfilavano al mio fianco) da Google a Ibm.
D’altronde perché esporsi nella propria pienezza, perché guardare alla diversità come una risorsa per sè stessi e per gli altri?
Meglio vivere nel quieto, ipocrita, quotidiano stile di vita vivendo a pieno la propria persona solo tra le lenzuola, che fuori non va bene.
Penso ci vorranno degli anni per scardinare questa coscienza così radicata tra gli italiani. E non so se ho il tempo di aspettare.





2 Commenti
Beh, forse alcuni omosessuali (non molti, forse, ma certo quelli più avvertiti) non sfilano nei pride nostrani anche perché sono respinti dal carattere squallidamente commerciale dell’evento.
E non si impegnano nell’organizzazione, perché non vogliono entrare in associazioni che sono poco più di paraventi fiscali per gestori di scopatoi.
Da qui il mix di inefficienza e depressione che hai potuto constatare.
L’Italia ha varie associazioni gay. Purtroppo, l’unica che fattura miliardi, ha una dimensione internazionale, e i cui membri vestono VERAMENTE camp, non ha sede legale in Italia… anche se possiede un quarto del patrimonio immobiliare a Roma.
Sono d’accordo: è una presa di coscienza devastante. Soprattutto perché pare per niente esagerata.
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